Come bloccare uno strapotere?

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Come bloccare lo strapotere delle viti proprietarie BMW?

Messaggioda cts » 29 dic 2025 12:19

Dopo le viti proprietarie di Apple, arrivano le viti proprietarie di BMW!
Come bloccare lo strapotere delle viti proprietarie BMW?
BMW brevetta viti con testa a forma di logo per limitare la manomissione. Pro: personalizzazione e sicurezza. Contro: dubbi su coppie di serraggio e manutenzione autonoma.

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Nel panorama dell’innovazione automobilistica, una novità firmata BMW sta facendo discutere: la casa tedesca ha brevettato un sistema di viti che integra il celebre logo a elica direttamente sulla testa, con l’obiettivo di innalzare i livelli di sicurezza e controllo d’accesso sui veicoli. Questo progetto, già depositato come brevetto presso gli uffici competenti, rappresenta un punto di svolta sia dal punto di vista tecnico che di immagine, ma solleva anche interrogativi importanti tra gli addetti ai lavori, i tecnici e la vasta community degli appassionati di motori.

Il principio alla base di questa innovazione è tanto semplice quanto efficace: la testa delle viti riproduce una forma elicoidale segmentata che richiama il logo della casa di Monaco, rendendo possibile l’operazione di serraggio o allentamento solo tramite un utensile dedicato. In questo modo, ogni intervento non autorizzato viene ostacolato da una barriera fisica, aumentando la protezione contro furti e manomissioni soprattutto nelle aree urbane, dove le parti estetiche come carenature, coperture e pannelli di finitura sono particolarmente esposte.

L’introduzione di queste viti brevettate ha generato un acceso dibattito nel settore. Da una parte, si sottolinea il valore aggiunto in termini di identità visiva, rafforzando il legame tra il veicolo e il marchio BMW, e dall’altra si evidenzia il contributo concreto alla sicurezza dei componenti. Tuttavia, non mancano perplessità, soprattutto sul fronte delle performance meccaniche e della praticità di manutenzione.

Gli esperti sollevano dubbi sulla capacità di queste nuove viti di resistere a coppie di serraggio elevate. Sistemi come Torx e Allen sono stati perfezionati nel tempo proprio per assicurare una trasmissione ottimale della forza, minimizzando il rischio di slittamento grazie a profili ampi e ben studiati. Al contrario, la geometria proposta da BMW, caratterizzata da superfici di contatto più ridotte, potrebbe risultare meno efficiente per fissaggi strutturali o sottoposti a forti sollecitazioni, limitando di fatto l’applicazione della tecnologia a componenti non portanti o a bassa manutenzione.

Un altro aspetto che divide la community riguarda l’impatto sulla libertà di intervento e sulla manutenzione ordinaria. L’adozione di un sistema esclusivo, accessibile solo tramite attrezzi specifici, rischia di rafforzare la dipendenza dai centri assistenza ufficiali, limitando la possibilità per hobbisti e officine indipendenti di operare in autonomia. Questa scelta potrebbe compromettere una tradizione consolidata di auto-gestione, rendendo più onerosi e complessi anche gli interventi di routine.

Dal punto di vista economico, la questione si complica ulteriormente. Ricambisti e operatori indipendenti sarebbero costretti a investire in nuovi strumenti, con un inevitabile aumento dei costi operativi e un possibile allungamento dei tempi di intervento. Non a caso, alcune voci del settore suggeriscono un compromesso: limitare l’uso delle viti speciali alle parti meno soggette a manutenzione frequente, in modo da bilanciare le esigenze di sicurezza con quelle di praticità e accessibilità.

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Come bloccare uno strapotere degli aumenti del compenso per copia privata?

Messaggioda cts » 31 dic 2025 17:22

Come bloccare uno strapotere degli aumenti del compenso per copia privata?
La critica si fonda sulla discrasia tra la norma e l’attuale consumo digitale. La copia privata nasceva per compensare la duplicazione manuale di CD o file MP3, una pratica ormai quasi estinta. Oggi il mercato è dominato dallo streaming e dal cloud, servizi dove gli autori sono già remunerati tramite le licenze pagate dalle piattaforme.

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Come bloccare lo strapotere di Meta che nasconde le truffe su Facebook e Instagram?

Messaggioda cts » 04 gen 2026 19:27

Come bloccare lo strapotere di Meta che nasconde le truffe su Facebook e Instagram?
Secondo i documenti visti da Reuters, Meta rimuove gli annunci truffa dal database delle inserzioni per nasconderli alle autorità di vari paesi.

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Come bloccare lo strapotere di Microsoft e delle attivazioni di Windows senza Internet?

Messaggioda cts » 04 gen 2026 19:32

Come bloccare lo strapotere di Microsoft e delle attivazioni di Windows senza Internet?
Microsoft ha eliminato l’ultimo metodo per attivare Windows senza una connessione Internet: l’attivazione telefonica. Non con un annuncio ufficiale, ma semplicemente facendolo sparire in silenzio. Se si prova a chiamare il numero per l’attivazione, risponde una voce registrata che dice di andare online. Fine della storia.

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Come bloccare lo strapotere di Grock (IA di Musk) che genera immagini di donne e bambini denudati?

Messaggioda cts » 13 gen 2026 16:15

Come bloccare uno strapotere Grock (IA di Musk) genera immagini di donne e bambini denudati?
Dal sito di Paolo Attivissimo.
Gli addetti del social network X sono perfettamente al corrente della situazione, ma non fanno nulla di concreto per rimediare. Anzi, da qualche giorno X addirittura monetizza questi contenuti, offrendo a pagamento la possibilità di generarli.
Ricordiamo, infatti che Elon Musk ha trasformato Grok in un porn generator.

AGGIORNAMENTO:
Ban per Grok in due paesi (ne seguiranno altri)
Indonesia e Malesia sono i primi due paesi ad aver imposto il ban di Grok. E l’impressione è che ne seguiranno altri a stretti giro. Il motivo, come si può facilmente intuire, è da ricercare nel fatto che il chatbot si è dimostrato in grado di spogliare chiunque. Anche i bambini, favorendo così la diffusione di immagini sessualizzate con protagonisti minori.

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Come bloccare lo strapotere di Instagram che nasconde le violazioni delle password?

Messaggioda cts » 13 gen 2026 16:18

Come bloccare lo strapotere di Instagram che nasconde le violazioni delle password?
Instagram assicura che i suoi sistemi non sono stati violati, nonostante l'invio di email per il reset della password e le accuse di furto dei dati.

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Re: Come bloccare lo strapotere di Meta che nasconde le prove di un processo?

Messaggioda cts » 28 gen 2026 17:49

Meta, Meta, Meta. Sempre Meta nel libro nero di questo argomento...

Come bloccare lo strapotere di Meta che nasconde le prove di un processo?
Quando sei Meta e stai per andare a processo con l’accusa di non aver protetto i minori da predatori sessuali, tratta e abusi sulle tue piattaforme, hai fondamentalmente due opzioni: difenderti presentando prove che dimostrano quanto hai fatto per risolvere il problema, oppure cercare di impedire che qualsiasi prova imbarazzante arrivi davanti alla giuria. Meta, a quanto pare, ha scelto la seconda strada. E sta cercando di bloccare praticamente tutto.

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Come bloccare lo strapotere degli smartglass che registrano a nostra insaputa?

Messaggioda cts » 05 feb 2026 08:58

Come bloccare lo strapotere degli smartglass che registrano a nostra insaputa?
La Bbc racconta le storie di due donne che si sono ritrovate protagoniste di video pubblicati su TikTok registrati con i sensori sugli occhiali (di chi? Ma di Meta/Facebook, ovviamente) senza il loro consenso. Centinaia di filmati simili: la pagina è ora stata oscurata

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Lo scorso giugno una donna di nome Oonagh rientrava dalla spiaggia di Brighton, in Inghilterra. La ferma un uomo, le chiede il suo nome, da dove viene e se poteva avere il suo numero. Un approccio che lei ha rifiutato, gentilmente. Qualche settimana dopo si è ritrovata a guardarsi sullo schermo dello smartphone pronunciare le stesse frasi in un video su TikTok. Sotto, una serie di commenti dove gli utenti la insultavano e la umiliavano. Lei è andata nel panico: «Era tutto fuori dal mio controllo, la parte più spaventosa». La polizia del Sussex le dice che non c'è niente da fare, non è illegale registrare una persona mentre parla. La cosa più angosciante è che l'uomo l'ha ripresa senza che lei se ne accorgesse. Perché non ha usato uno smartphone o una telecamera, ma i suoi occhiali da sole. La diffusione degli smart glass - soprattutto grazie alla partnership Meta-EssilorLuxottica che ha creato i Ray-Ban Meta - ha portato la tutela della privacy a un nuovo livello: nonostante chi li produce abbia inserito delle funzionalità dedicate precisamente ad avvisare le persone che circondano chi li indossa ad accorgersi che i sensori fotografici sono attivi - una luce che si accende e lampeggia - non siamo ancora abituati a pensare che quello sia un dispositivo da monitorare. E dunque difficilmente ci facciamo caso.

Oonagh non se n'è accorta, così come altre centinaia di donne cadute vittima dello stesso uomo e dello stesso profilo che raccoglie i loro video mentre, ignare, conversano con lui. Ma non è l'unico a usare a sproposito gli occhiali smart. La Bbc, oltre alla storia di Oonagh, ha raccontato anche quella di Kate. Incontro un uomo in palestra: le chiede il numero e lei rifiuta di darglielo. Stesso finale: il giorno dopo il video era caricato su TikTok, con i soliti commenti di insulto. Kate si sente violata ma è anche molto arrabbiata: «Tutto questo è stato fatto per ottenere in modo economico dei video da mettere online. E intanto tu fai i carico di commenti sgradevoli che influenzano la tua sicurezza e la tua autostima». TikTok ha poi rimosso entrambi gli account, dopo le segnalazioni delle due donne.

Da quando si è iniziato a parlare di smart glass - con i primi, fallimentari e costosissimi, Google Glass nel 2014 - ci si è posti il problema di come tutelare la privacy quando ognuno di noi può potenzialmente indossare delle telecamere sul volto. La soluzione per ora trovata - quella dei Ray-Ban Meta che è leader nel settore - è di rendere questi sensori il più evidenti possibile. Le telecamere si notano sulla montatura e, come detto, una luce lampeggiante si attiva ogni volta che scattiamo una foto o registriamo il video. Ma il problema rimane: quella luce, prima di tutto, dobbiamo notarla. Ed evitare che possa essere nascosta. Kate e Oonagh non ricordano nessuna luce.
Meta ha risposto ai dubbi della Bbc così: «Continueremo a valutare le opportunità di miglioramento dei nostri occhiali AI, sulla base del feedback dei clienti e della ricerca».
Ipocriti.

--

Simile argomento trattato da Le Iene.
Spogliare le donne a loro insaputa con l'IA
Alice Martinelli parla di un risvolto percoloso dell'IA: il deepnude. A Rocca di papa 35 ragazze si sono ritrovate online "denudate": foto prese dai loro social e ripubblicate come falsi nudi. Dietro, secondo le ragazze, ci sarebbe un coetaneo del paese che avrebbe creato una collezione di immagini hot di amiche e compagne, diffondendole su Telegram e accessibili anche a pagamento.

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Come bloccare lo strapotere di Meta quando NON nasconde i dati personali degli agenti ICE di Trump?

Messaggioda cts » 06 feb 2026 18:05

Come bloccare lo strapotere di Meta quando NON nasconde i dati personali degli agenti ICE di Trump?
Sorpresa: Meta blocca la condivisione dei link al sito ICE List (per sapere chi sono i famigerati Agenti ICE fare una ricerca sul Web) su Facebook, Instagram e Threads per la pubblicazione di dati personali (doxing) degli agenti cari a Trump. Ma allora i dati personali si possono anche NON diffondere?

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Da quando l’amministrazione Trump ha avviato la “caccia” agli immigrati irregolari, molti cittadini hanno iniziato a documentare le azioni degli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement). Sono nate quindi app dedicate e siti, come ICE List. Nelle relative pagine wiki sono elencati anche i nomi dei dipendenti di altre agenzie che fanno parte del DHS.
Meta ha iniziato quindi a bloccare i link al sito ICE List su Facebook, Instagram e Threads. Apparentemente sembra l’ennesima decisione dell’azienda per “assecondare” le richieste dell’amministrazione Trump, come avevano fatto Apple e Google. In realtà, i dati erano già pubblici in quanto condivisi dagli stessi dipendenti del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) su LinkedIn.

Nessuna violazione della privacy
Il creatore di ICE List (Dominick Skinner) ha dichiarato che il link al sito è stato condiviso sulle piattaforme di Meta per oltre sei mesi. A partire da martedì, i link vengono automaticamente bloccati su Facebook, Instagram e Threads. La condivisione è ancora possibile su WhatsApp (quasi certamente perché non è un social media).

Wired ha provato a pubblicare il link su Facebook, ma è stato mostrato un avviso di spam. Alcune ore dopo, il messaggio è stato aggiornato e indicava la violazione degli standard della community, ma non specificava il tipo di violazione. Su Instagram viene bloccato per “proteggere la comunità”. Threads mostra invece l’avviso di link non consentito.

Il portavoce di Meta (Andy Stone) ha indicato la pagina relativa alle violazioni della privacy come motivo del blocco. ICE List non contiene però informazioni sensibili, come quelle sulla residenza, che potrebbero mettere in pericolo gli agenti.

La fonte principale è LinkedIn, dove i dipendenti del DHS hanno pubblicato i loro dati personali. In base alle regole di Meta, la condivisione dei dati è possibile se sono già pubblici. E invece l’azienda di Menlo Park ha deciso di bloccare i link al sito. Secondo Skinner, il vero motivo è un altro: <<Penso non sia una sorpresa che un’azienda gestita da un uomo che sedeva dietro Trump alla sua inaugurazione e che ha donato per la distruzione della Casa Bianca abbia preso una posizione che aiuta gli agenti dell’ICE a mantenere l’anonimato.>>

Diversi CEO hanno condannato la violenza dell’ICE a Minneapolis. Nessun commento è arrivato da Mark Faccia-di-palta Zuckerberg.
Fonte: Wired

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Come bloccare lo strapotere di Meta che guadagna sugli annunci-truffa?

Messaggioda cts » 11 feb 2026 17:11

Meta, sempre Meta...

1 annuncio su 10 che vedi è una truffa. E Meta ci guadagna milioni
Ogni mese un utente vede 190 annunci truffa e le piattaforme social ci guadagnano: la ricerca parla di 433 milioni l'anno, solo in Italia.

Mentre scorrete il vostro feed di Instagram, Facebook o TikTok, quasi 1 annuncio pubblicitario su 10 che vedete è una truffa. E le piattaforme che ospitano questi contenuti fraudolenti ci guadagnano cifre miliardarie. È quanto emerge da un nuovo whitepaper di Juniper Research pubblicato oggi, che per la prima volta quantifica con precisione l'entità economica del fenomeno “scam ads”.

La ricerca coinvolge tutta Europa, ma per ovvi motivi voglio concentrarmi prima di tutti sui dati italiani: nel 2025, le piattaforme di social media hanno generato 433 milioni di euro di ricavi da annunci pubblicitari fraudolenti, posizionando il nostro Paese tra i mercati più colpiti d’Europa.

Il fenomeno scam ads
Gli scam ads, letteralmente “annunci truffa”, sono pubblicità ingannevoli che mirano a indurre gli utenti a effettuare pagamenti per prodotti inesistenti, falsi servizi finanziari o presunte opportunità di investimento. Spesso impersonano marchi legittimi, o sfruttano immagini di personaggi pubblici senza autorizzazione, creando un'illusione di credibilità che inganna anche gli utenti esperti.

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A livello europeo, la ricerca - commissionata da Revolut e condotta in modo indipendente da Juniper Research - stima che nel 2025 siano state mostrate agli utenti quasi 1 trilione di annunci fraudolenti. Per l'Italia si parla di 94 miliardi di scam ads visualizzati durante l'anno.
Significa che, in media, ci imbattiamo in circa 190 annunci fraudolenti al mese. Un numero che è destinato a crescere: le stime parlano di 250 annunci entro il 2030, a meno che le varie piattaforme non comincio a implementare controlli più severi ed efficaci.

Insieme a Repubblica Ceca e Bulgaria, l'Italia registra una delle percentuali più alte di annunci fraudolenti rispetto al totale delle pubblicità mostrate, con circa il 14% delle ad impression che risultano essere truffe. Siamo ampiamente sopra la media europea del 10%, segno che gli utenti italiani sono considerati bersagli particolarmente redditizi dai criminali.

L'impatto economico sugli utenti
Un altro aspetto molto preoccupante riguarda le perdite finanziarie effettive subite dagli utenti che cadono vittima di queste truffe. Secondo i dati del whitepaper, la perdita media per truffa riuscita in Italia ammonta a 688 euro nel 2025.
Una cifra di certo non da poco, ma il vero danno va oltre quello puramente economico: come evidenziato anche dallo studio, le vittime di scam ads sperimentano spesso "disagio emotivo, sentimenti di imbarazzo o violazione", che possono scoraggiare non solo future interazioni con le pubblicità online, ma anche l'uso stesso delle piattaforme social.

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Come se non bastasse, questi annunci fraudolenti stanno diventando sempre più sofisticati, rendendo più difficile distinguere tra realtà e truffa. Inutile dire che l’intelligenza artificiale gioca un ruolo chiave in questa sofisticazione, è usata sempre più spesso dai criminali informatici per dare vita a contenuti sempre più convincenti, estremamente difficili da riconoscere come fraudolenti dall’utente medio.

Il conflitto di interessi delle piattaforme social
Le piattaforme di social media generano ricavi da tutti gli annunci pubblicitari ospitati, indipendentemente dalla loro natura fraudolenta o legittima. A livello europeo, si stima che nel 2025 le piattaforme social abbiano incassato circa 5,9 miliardi di euro da scam ads, pari al 10% del totale dei ricavi pubblicitari.

Questo crea un evidente conflitto di interessi: da un lato, le piattaforme hanno la responsabilità di proteggere i propri utenti; dall'altro, ogni scam ad bloccato rappresenta una perdita di fatturato. Come evidenzia chiaramente il whitepaper, mentre piattaforme come Facebook e Instagram hanno la responsabilità di proteggere i propri utenti, nella realtà devono bilanciare questo obiettivo con la necessità di mantenere e far crescere i ricavi pubblicitari. E in questo bilanciamento, l'aspetto economico pesa inevitabilmente sulle decisioni riguardo a quanto investire effettivamente nella lotta alle truffe.

La situazione è particolarmente delicata perché le piattaforme controllano l'intero ecosistema: la domanda e l’offerta dei mercati, gli algoritmi di distribuzione, i processi di approvazione degli annunci e le tecnologie di rilevamento. Questa posizione dominante comporta, secondo Juniper Research, "la maggior parte della responsabilità di ridurre questi scam ads".
Il fatto che i ricavi da pubblicità fraudolente rappresentino una quota così importante del fatturato fa nascere naturalmente dubbi sulla reale volontà delle piattaforme di affrontare il problema in modo decisivo, piuttosto che limitarsi a interventi minimi che soddisfino le richieste dei regolatori, senza intaccare sostanzialmente i profitti.

Nascondere gli scam ads non è la soluzione
La ricerca si concentra soprattutto su Meta, che in quanto proprietaria di Facebook e Instagram rappresenta un’enorme fetta del mercato social europeo e italiano.
Lo scorso dicembre, l’azienda di Zuckerberg ha pubblicamente affermato il proprio impegno nella lotta contro gli scam ads, annunciando di aver rimosso 134 milioni di annunci fraudolenti nei primi undici mesi dell'anno e di aver ridotto i reclami degli utenti del 50% nei precedenti 15 mesi. Meta ha inoltre dichiarato di aver eliminato 12 milioni di account collegati a scam ads nei primi sei mesi del 2025.
Tuttavia, documenti interni trapelati (citati da fonti come Reuters) raccontano una storia diversa. Secondo il whitepaper, questo materiale ha svelato una strategia di Meta che minimizza la visibilità delle ricerche nella libreria pubblica degli annunci in determinati paesi: invece di bloccare effettivamente gli scam ads, Meta avrebbe identificato parole chiave associate ad annunci fraudolenti noti e le avrebbe rimosse dalla libreria pubblica (lo strumento che giornalisti, regolatori e ricercatori utilizzano per monitorare le pubblicità sulla piattaforma), anziché eliminare del tutto le pubblicità. In pratica, una strategia per rendere più difficile individuare e documentare il problema, piuttosto che risolverlo.
Come osserva criticamente lo studio, "Questo implica che, invece di cercare di risolvere il problema e ridurre gli scam ads, la priorità di Meta fosse nascondere il problema." Un approccio che, se confermato, rappresenterebbe una grave violazione della fiducia degli utenti.
Questo non significa ovviamente che Meta non stia facendo nulla per contrastare il fenomeno: ha implementato alcuni strumenti legittimi contro le truffe, tra cui software di riconoscimento facciale basato su AI per rilevare l'uso non autorizzato di immagini e sistemi che permettono ai brand legittimi di segnalare truffe che violano copyright o marchi registrati. Tuttavia, l'efficacia di questi strumenti appare limitata se confrontata con la scala del problema, specialmente se questi presunti tentativi di occultamento dovessero rivelarsi reali.

Le cose andranno sempre peggio
Se le piattaforme social non adotteranno misure più stringenti per combattere gli scam ads, le cose andranno via via peggiorando. Come già detto, per l’Italia si stima che entro il 2030 arriveremo a vedere in media 250 annunci fraudolenti al mese, ma c’è di più:

- Le impression di scam ads in Europa supereranno i 1,4 trilioni, con un incremento del 41% rispetto ai livelli del 2025
- Le piattaforme social genereranno oltre 10 miliardi di euro da annunci fraudolenti a livello europeo
- Il numero medio di scam ads mensili visualizzati dagli utenti aumenterà del 32%, passando da 190 a 250
- Per l'Italia, le impression di scam ads saliranno a 129 miliardi e i ricavi delle piattaforme da queste truffe raggiungeranno i 547 milioni di euro.

Questo incremento è guidato da diversi fattori: la crescente connettività, l'espansione delle economie mobile-first, l'aumento della portata delle audience e le priorità mutevoli degli inserzionisti digitali (compreso l'uso crescente dell'AI per creare contenuti fraudolenti più sofisticati).
Paradossalmente, questa crescita potrebbe danneggiare le stesse piattaforme nel lungo periodo: una presenza massiccia di scam ads farà migrare gli utenti verso piattaforme alternative, causando un’enorme perdita di valore.

Che cosa dovrebbero fare i social (e perché non lo stanno facendo)
Secondo i ricercatori, ci sono cinque aree chiave di intervento che le piattaforme social dovrebbero implementare con urgenza:

- Maggiore trasparenza: Le piattaforme devono pubblicare informazioni dettagliate sui loro sforzi per combattere le frodi, rendendosi responsabili verso gli utenti e i regolatori. Questo include statistiche verificabili sul numero di scam ads bloccati, tassi di successo dei sistemi di rilevamento e impatto effettivo sulle perdite degli utenti.
- Investimento nella verifica manuale: L'automazione basata su AI, per quanto avanzata, non può essere l'unica linea di difesa. La verifica dell'identità degli inserzionisti (non solo del contenuto degli annunci) richiede intervento umano. Meta ha già esteso questi controlli al settore finanziario, dove si sono dimostrati efficaci, ma devono essere applicati in modo più ampio.
- Priorità assoluta alla sicurezza degli utenti: Tutti gli sforzi devono mirare primariamente a proteggere gli utenti, includendo la rimozione permanente degli inserzionisti fraudolenti dall'ecosistema, non solo la semplice eliminazione di singoli annunci.
- Prontezza contro le nuove tattiche: I criminali evolvono costantemente le loro strategie per aggirare i sistemi di rilevamento. Le piattaforme devono rispondere con la stessa rapidità, implementando aggiornamenti continui ai propri sistemi di sicurezza.
- Ricostruzione della fiducia: Le piattaforme devono comunicare attivamente e in maniera trasparente i propri progressi nella lotta alle truffe, per ricostruire la fiducia degli utenti che è stata gravemente erosa.

Il problema, tuttavia, è che l'implementazione seria di queste misure ha un costo significativo: servono tecnologie, risorse umane e, soprattutto, bisogna considerare i mancati ricavi pubblicitari provenienti dagli scam ads. E qui si torna al conflitto d’interessi citato prima: finché le piattaforme guadagnano dagli annunci fraudolenti, l’incentivo economico a combatterli in modo davvero efficace rimane molto limitato.

Il ruolo (insufficiente) della regolamentazione
Anche i regolatori hanno un ruolo importante nel definire framework di compliance e applicare sanzioni. Iniziative come il Digital Services Act dell'Unione Europea mirano a imporre maggiore responsabilità alle piattaforme. Tuttavia, la ricerca sottolinea chiaramente che la responsabilità primaria non può essere delegata esclusivamente agli enti regolatori.
Le piattaforme di social media non devono permettere ad altri enti di guidare la conversazione sull'implementazione di regolamentazioni che proteggano gli utenti dagli scam ads. Le piattaforme di social media devono essere lo stakeholder che guida la conversazione e l'azione sui framework che identificano e bloccano gli scam ads sulle piattaforme.

In altre parole, aspettare che siano i regolatori a imporre soluzioni significa essenzialmente ammettere che le piattaforme non sono disposte ad agire volontariamente per proteggere i propri utenti - un'ammissione che mina ulteriormente la fiducia e la credibilità di questi servizi.

Quando i profitti ostacolano la sicurezza
I dati raccolti da Juniper Research dipingono un quadro inequivocabile: l'attuale ecosistema pubblicitario dei social media crea incentivi economici che favoriscono la proliferazione di contenuti fraudolenti.
Con 433 milioni di euro all'anno di ricavi generati dalle truffe ai danni degli utenti italiani, le piattaforme social di fatto traggono profitto diretto da attività criminali.
Questo non è un effetto collaterale indesiderato di un sistema complesso, ma la conseguenza prevedibile di modelli di business che danno la priorità alla crescita dei ricavi pubblicitari sopra ogni altra considerazione, inclusa la sicurezza degli utenti. I documenti trapelati su Meta, che suggeriscono strategie per nascondere il problema piuttosto che risolverlo, non sono altro che un’ulteriore prova di questa dinamica.


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