Come bloccare lo strapotere del design di Instagram e Facebook studiato per creare dipendenza?
Le conclusioni dello studio preliminare della Commissione UE: la società di Zuckerberg viola il Digital Services Act. Rischia una sanzione fino al 6 per cento di fatturato
Like, scroll infinito, video che partono in automatico, contenuto sempre nuovo e sempre pronto ad attirare l'attenzione dell'utente perché fortemente personalizzato sulle sue attività.
Il design con cui sono stati costruiti Instagram e Facebook, i due principali social media dell'ecosistema Meta - nonché i due più utilizzati al mondo - sono stati studiati appositamente per creare dipendenza.
È ciò che sostiene la Commissione Europea,scritto nero su bianco nelle conclusioni preliminari di un'indagine aperta nel 2024. L'obiettivo era quello di capire se la società di Zuckerberg stesse violando il Digital Services Act, regolamentazione volta a creare un sistema di servizi digitali sicuro nel continente europeo.
La risposta, per quanto riguarda Instagram e Facebook, sembra essere negativa. Se confermata, Meta potrebbe andare incontro a una sanzione pari al 6 per cento del suo fatturato globale: una cifra che può superare i 10 miliardi di dollari.
Secondo la Commissione Europea, «le attuali misure di mitigazione adottate da Meta non sono riuscite ad affrontare efficacemente i rischi derivanti dal design delle sue piattaforme, che favoriscono la dipendenza».
Nuova funzionalità come la gestione del tempo passato sui due social media o le pagine di informazione e sensibilizzazione sulla salute mentale non sono assolutamente sufficienti perché si possono facilmente disattivare o ignorare.
In particolare ci si concentra sul pubblico più attivo ma anche più vulnerabile: i minori.
Neanche i sistemi di controllo parentale sembrano essere efficaci così come i sistemi di verifica dell'età per identificare chi ha meno di 13 anni e - illegalmente - utilizza i social.
«In questa fase dell’indagine - prosegue la Commissione UE - si ritiene che Meta debba apportare modifiche al design sia di Instagram che di Facebook. Ad esempio, disattivando di default le principali funzionalità che favoriscono la dipendenza, quali la "riproduzione automatica" e lo "scorrimento infinito", introducendo efficaci "pause dal tempo trascorso davanti allo schermo" e adattando il proprio sistema di raccomandazione per renderlo meno orientato al coinvolgimento».
«Non concordiamo con questi risultati preliminari - risponde un portavoce di Meta - che non tengono adeguatamente conto delle misure significative che abbiamo adottato per proteggere gli adolescenti. Da quando è stata avviata questa indagine, abbiamo lanciato gli account per teenager, che proteggono automaticamente i ragazzi e danno ai genitori il controllo, consentendo loro di bloccare l'accesso a Instagram di notte e di limitare il tempo di utilizzo giornaliero a soli 15 minuti. Condividiamo l'impegno della Commissione Europea nel garantire ai ragazzi esperienze online sicure e positive, e continueremo a collaborare con loro in modo costruttivo».
Come detto, queste sono conclusioni preliminari. Che, viene specificato, «non pregiudicano l'esito finale dell'indagine». Ritroviamo però in questo documento gli stessi timori e le stesse accuse che hanno portato a imbastire un maxi processo in California che vede coinvolti migliaia di querelanti privati, centinaia di famiglie e di distretti scolastici.
Lo scopo della colossale azione legaleè proprio quello di dimostrare come non solo i social di Meta, ma anche YouTube di Google, TikTok di ByteDance e SnapChat di Snap siano una componente importante dei disagi psicologici che affliggono molti bambini e ragazzi.
Il motivo? Lo stesso: sono stati costruiti per creare dipendenza.
Come bloccare uno strapotere?
- cts

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Come bloccare lo strapotere di Meta che ha usato l'AI per identificare i dipendenti con problemi?
Come bloccare lo strapotere di Meta che ha usato l'AI per identificare i dipendenti con problemi?
Il colosso di Zuckerberg viene accusato di aver sfruttato un software per selezionare chi soffre di disabilità o di malattie che hanno richiesto lunghi periodi lontano dal lavoro. I loro nomi sono stati poi inseriti negli elenchi dei licenziamenti di massa
Meta, Meta, sempre Meta, fortissimamente Meta. Una nuova accusa a Meta, che arriva direttamente dai suoi uffici.
Un gruppo di dipendenti ed ex dipendenti - 26 persone in totale - hanno depositato una causa nella corte federale di Oakland, in California. Sostengono che la società abbia sfruttato un software di intelligenza artificiale per valutare la produttività dei lavoratori: un dato usato poi per decidere chi, tra i quasi 80mila dipendenti, licenziare.
In totale, è stato annunciato ad aprile, si doveva smaltire lo staff di ottomila posizioni. Il problema è come sono state selezionate queste posizioni: secondo l'accusa Meta avrebbe preso di mira chi soffre di una disabilità, chi ha preso periodi di malattia e chi è o è stata in maternità.
Si legge nel documento che «Meta non ha stilato l’elenco dei licenziamenti sulla base di una valutazione ponderata da parte dei dirigenti che conoscevano il lavoro», ma avrebbe utilizzato «una costellazione di sistemi interni di intelligenza artificiale», tra cui modelli per monitorare le attività e per valutare le performance.
«Il risultato è stato che i dipendenti che avevano usufruito di permessi protetti sono stati selezionati in modo sproporzionato per il licenziamento, sulla base di un sistema di punteggio che non solo non teneva conto di tali permessi, ma che di fatto penalizzava i dipendenti per aver esercitato i propri diritti legali a usufruirne».
L'obiettivo dei querelanti è bloccare i licenziamenti o perlomeno ottenere un risarcimento per coloro che sono stati allontanati per i motivi sbagliati.
Tra loro c'è una scienziata a cui è stata notificata la mail di cessato rapporto due giorni prima che partorisse e un ingegnere che ha dovuto mettere in pausa il lavoro per un problema di salute.
Meta nega le accuse: «Queste affermazioni sono prive di fondamento e non si basano sui fatti. Le decisioni relative alla gestione del personale e all’organizzazione sono state e vengono prese da persone, non dall’intelligenza artificiale».
Il cosiddetto piano di ristrutturazione a Meta è iniziato nel 2022. Tra Instagram, Facebook e WhatsApp sono state eliminate 11mila posizioni in quel primo anno. Altri 10mila licenziamenti sono avvenuti poi nel 2023. Ancora, lo scorso aprile la società di Zuckerberg ha deciso di lasciare a casa altre ottomila persone.
Uno smaltimento di massa per - hanno spiegato in diverse occasioni - rendere più snelle le operazioni e operare in modo più efficiente. A questo si aggiungono due componenti, più in sordina: il grande fallimento del metaverso, su cui Meta aveva puntato molto e che si è rivelata poi una divisione costosa e per niente profittevole; gli enormi investimenti nell'intelligenza artificiale, con i conseguenti tentativi di affidare sempre più mansioni a cervelli sintetici, sostituendo quando possibile quelli umani.
Oppure «controllandoli»: a maggio la società ha iniziato a utilizzare un nuovo software chiamato Model Capability Initiative che ha lo scopo di registrare ogni singola azione dei dipendenti.
Un modo per recuperare dati per addestrare futuri modelli da impiegare poi al posto dei lavoratori di cui non avrà più bisogno.
Il colosso di Zuckerberg viene accusato di aver sfruttato un software per selezionare chi soffre di disabilità o di malattie che hanno richiesto lunghi periodi lontano dal lavoro. I loro nomi sono stati poi inseriti negli elenchi dei licenziamenti di massa
Meta, Meta, sempre Meta, fortissimamente Meta. Una nuova accusa a Meta, che arriva direttamente dai suoi uffici.
Un gruppo di dipendenti ed ex dipendenti - 26 persone in totale - hanno depositato una causa nella corte federale di Oakland, in California. Sostengono che la società abbia sfruttato un software di intelligenza artificiale per valutare la produttività dei lavoratori: un dato usato poi per decidere chi, tra i quasi 80mila dipendenti, licenziare.
In totale, è stato annunciato ad aprile, si doveva smaltire lo staff di ottomila posizioni. Il problema è come sono state selezionate queste posizioni: secondo l'accusa Meta avrebbe preso di mira chi soffre di una disabilità, chi ha preso periodi di malattia e chi è o è stata in maternità.
Si legge nel documento che «Meta non ha stilato l’elenco dei licenziamenti sulla base di una valutazione ponderata da parte dei dirigenti che conoscevano il lavoro», ma avrebbe utilizzato «una costellazione di sistemi interni di intelligenza artificiale», tra cui modelli per monitorare le attività e per valutare le performance.
«Il risultato è stato che i dipendenti che avevano usufruito di permessi protetti sono stati selezionati in modo sproporzionato per il licenziamento, sulla base di un sistema di punteggio che non solo non teneva conto di tali permessi, ma che di fatto penalizzava i dipendenti per aver esercitato i propri diritti legali a usufruirne».
L'obiettivo dei querelanti è bloccare i licenziamenti o perlomeno ottenere un risarcimento per coloro che sono stati allontanati per i motivi sbagliati.
Tra loro c'è una scienziata a cui è stata notificata la mail di cessato rapporto due giorni prima che partorisse e un ingegnere che ha dovuto mettere in pausa il lavoro per un problema di salute.
Meta nega le accuse: «Queste affermazioni sono prive di fondamento e non si basano sui fatti. Le decisioni relative alla gestione del personale e all’organizzazione sono state e vengono prese da persone, non dall’intelligenza artificiale».
Il cosiddetto piano di ristrutturazione a Meta è iniziato nel 2022. Tra Instagram, Facebook e WhatsApp sono state eliminate 11mila posizioni in quel primo anno. Altri 10mila licenziamenti sono avvenuti poi nel 2023. Ancora, lo scorso aprile la società di Zuckerberg ha deciso di lasciare a casa altre ottomila persone.
Uno smaltimento di massa per - hanno spiegato in diverse occasioni - rendere più snelle le operazioni e operare in modo più efficiente. A questo si aggiungono due componenti, più in sordina: il grande fallimento del metaverso, su cui Meta aveva puntato molto e che si è rivelata poi una divisione costosa e per niente profittevole; gli enormi investimenti nell'intelligenza artificiale, con i conseguenti tentativi di affidare sempre più mansioni a cervelli sintetici, sostituendo quando possibile quelli umani.
Oppure «controllandoli»: a maggio la società ha iniziato a utilizzare un nuovo software chiamato Model Capability Initiative che ha lo scopo di registrare ogni singola azione dei dipendenti.
Un modo per recuperare dati per addestrare futuri modelli da impiegare poi al posto dei lavoratori di cui non avrà più bisogno.
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Come bloccare lo strapotere di un governo che aiuta l'auto elettrica, ma che è tutto fumo e niente arrosto?
Come bloccare lo strapotere di un governo che aiuta l'auto elettrica, ma che è tutto fumo e niente arrosto?
Il DDL sulla riconversione dei distributori di carburante stanzia poche decine di milioni per un problema che vale miliardi. Un compromesso che non convince nessuno.

Il governo italiano guidato dal premier Giorgia Meloni ha portato in Consiglio dei Ministri uno schema di DDL Concorrenza che riforma la distribuzione dei carburanti. Nel testo, un elemento richiama l'attenzione: chi gestisce un distributore di benzina o gasolio può chiedere un contributo per smantellare l'impianto e installare una colonnina di ricarica elettrica da almeno 90 kW.
Il contributo copre il 50% delle spese, fino a un tetto di 60.000 euro.
Un aiuto a cui, però, non manca il retrogusto del ricatto, visto che dal 2028 gli impianti che non offrono un vettore energetico alternativo ai fossili rischiano di perdere l'autorizzazione a lavorare: la conversione, una volta fatta, è irreversibile.
Il fondo che dovrebbe finanziare tutto questo vale 112 milioni di euro per il triennio 2028-2030, secondo le fonti più aggiornate, e arriva dai proventi delle aste 2026 sulle quote di emissione CO2 del sistema ETS. Quindi non c'è scostamento di bilancio né prelievo dalle tasche dei contribuenti.
Bozze precedenti circolate a inizio estate parlavano di cifre e tempistiche diverse, ma trattandosi di un DDL potrebbe ancora cambiare molte volte. Ciò che conta sono la visione e il pensiero sottostante.
Per capire meglio di cosa stiamo parlando, è utile considerare quanto guadagna oggi chi gestisce un distributore, quanto costerebbe davvero convertirlo, dove servirebbero le colonnine e se la rete elettrica italiana potrebbe reggerle. La risposta breve è che il conto economico non torna, nella sua architettura.
Chi gestisce un distributore oggi vive bene, grazie
La rete italiana conta circa 21.750 punti vendita di carburante. Il 71,5% è a marchio (Eni, IP, Q8, Esso, Tamoil), gestito in franchising da piccoli imprenditori che lavorano a commissione: non sono proprietari del carburante che vendono, ricevono un margine fissato dalla casa madre.
Il margine netto si aggira tra i 3 e i 6 centesimi per litro, secondo le rilevazioni mensili di FIGISC, l'associazione che rappresenta i gestori. Sembra poco, ed è poco. Notare che è un margine sul litro, non sul prezzo.
Ma è un margine su un prodotto a rotazione rapida, domanda stabile, incasso immediato. E sui volumi, bene o male, si possono fare buoni margini.
A questo si aggiungono i servizi collaterali: bar, autolavaggio, punti di ritiro pacchi, piccola officina. Mancano dati ufficiali di settore che quantifichino con precisione quanto pesano sul fatturato complessivo di un impianto. Ma il punto strutturale resta: un distributore di carburanti oggi è un'impresa a bassa complessità e rischio contenuto, dove è difficile che le cose vadano davvero male. Se c'è traffico di automobili, bene o male non serve altro.
Ora mettiamo di fronte a questo la ricarica elettrica ad alta potenza. Secondo Motus-E, l'associazione che rappresenta il settore della mobilità elettrica in Italia, non sembra un granché come investimento. Il presidente Fabio Pressi lo ha detto senza giri di parole: gli investimenti nelle infrastrutture di ricarica pubblica risultano insostenibili per i gestori delel attuali pompe di benzina al tasso di utilizzo attuale.
E infatti solo 888 dei 21.750 distributori italiani hanno già un punto di ricarica. È un calcolo anche abbastanza banale: se metto la colonnina elettrica, non rientro di quello che spendo, o rientro in tempi troppo lunghi. Quindi non la metto.
Installare una colonnina da 90 kW costa, tra hardware, posa e potenziamento del contatore, già 40-46.000 euro prima di contare cabina elettrica dedicata e bonifica del vecchio impianto.
Il tetto di 60.000 euro di contributo pubblico presuppone una spesa totale di 120.000 euro, una cifra ottimista che appare raggiungibile solo nello scenario più favorevole possibile.
Molti gestori quei 120mila li avrebbero anche, ma si chiedono, forse, perché dovrebbero spenderli in quel modo.
Le colonnine, dove servono davvero (e dove no)
C'è poi un problema di geografia che il DDL ignora del tutto.
L'Italia nel 2026 sta accelerando sull'elettrico più velocemente di quasi ogni altro grande paese europeo: a giugno le auto 100% elettriche hanno toccato per la prima volta la doppia cifra, il 10,1% delle immatricolazioni, contro il 6% dello stesso mese di un anno prima. Merito sicuramente degli incentivi, ma anche di consumatori che stanno cominciando a considerare le BEV un'opzione interessante.
Ma partiamo comunque da un ritardo profondo, tanto che secondo UNRAE l'Italia resta l'unico grande mercato europeo senza incentivi diretti ai privati per l'acquisto di un'auto elettrica.
Il parco circolante resta comunque marginale rispetto al totale, e la domanda di ricarica rapida si concentra in due posti precisi: i corridoi autostradali, dove l'Unione Europea impone obblighi vincolanti di potenza entro il 2027, e le aree urbane, soprattutto al Nord, dove si trova già oggi il 59% dei punti di ricarica pubblici installati in tutto il Paese.
Il DDL invece incentiva la conversione di impianti stradali generici, spesso fuori dai centri abitati.
Non sono i corridoi autostradali su cui la UE chiede investimenti prioritari. Non sono i centri urbani ad alta densità di veicoli elettrici. Sono, quasi per definizione, il posto sbagliato: né dove la normativa europea obbliga a investire, né dove la domanda reale già esiste. Al Sud, dove la penetrazione dei veicoli elettrici resta bassa, la stessa Motus-E ammette che gli investimenti richiesti sono "pressoché impossibili" da giustificare economicamente.
Allora, chi oggi ha un distributore in un luogo di questo tipo, e non ha magari mai visto un'elettrica per strada, perché mai dovrebbe anche solo prendere in considerazione l'idea di togliere la pompa e mettere la colonnina elettrica?
C'è anche un problema a monte, quello della rete elettrica che dovrebbe alimentare tutte queste colonnine. Circa un punto di ricarica pubblico su sette in Italia è già installato ma non ancora allacciato alla rete: il collo di bottiglia non è la produzione di energia, è la burocrazia dell'allacciamento, concentrata soprattutto al Sud, esattamente dove il DDL rischia di finanziare le conversioni più fragili.
In passato il nostro collaboratore Andrea Amani aveva già misurato il problema: se tutta l'Italia passasse all'elettrico, tra le 18 e le 21 la rete nazionale toccherebbe punte da 84,6 GW di potenza, con code potenzialmente infinite alle colonnine pubbliche nelle ore di maggior traffico.
E l'energia che alimenterebbe queste colonnine costa cara: il prezzo dell'elettricità all'ingrosso in Italia è il più alto d'Europa, per la dipendenza dal gas che ancora oggi copre fino alla metà della produzione invernale. Elettrificare i trasporti su questa rete non elimina la dipendenza dall'estero. La sposta, dal petrolio al gas.
Un tema politico più che tecnico
Questo governo ha sempre trattato la transizione energetica come un fastidio ideologico da subire, non come un'occasione industriale da cogliere.
Giorgia Meloni ha fatto bene a diversificare le forniture di gas quando la guerra in Ucraina ha reso urgente staccarsi dalla Russia: quella era una risposta di emergenza, e come tale ha funzionato.
Ma gestire un'emergenza non è una politica energetica.
Tre anni dopo, il governo non ha ancora prodotto una visione su come l'Italia debba produrre, distribuire e usare l'energia nei prossimi dieci anni.
Il governo ha prodotto un DDL da 112 milioni di euro che, spalmati su un problema che vale miliardi, pesano una frazione minima di una singola annualità della bolletta energetica netta italiana.
E parla, fino allo sfinimento, di nucleare, sapendo che è un cammino irto di difficoltà, dove se un successo è possibile, sarà tra non meno di 20 anni.
E intanto trascura ciò che si può fare subito con le rinnovabili, che potrebbero davvero aggiungere velocemente potenza al totale. Anzi, peggio, dà spazio a proteste insensate e ingiustificate sulla bellezza del paesaggio o sul consumo di suolo che comunque sarebbe abbandonato.
Questo DDL è il classico "cambiare tutto per non cambiare nulla" del Gattopardo. Qui è quasi letterale: un provvedimento abbastanza visibile da poter dire di aver fatto qualcosa, abbastanza piccolo da non disturbare nessuno. Non i petrolieri, che restano con la rete quasi intatta. Non gli elettori più conservatori, cui non si chiede alcun sacrificio. Non gli interessi consolidati del settore auto tradizionale. L'unico che ci perde è il Paese, che resta un anno in più senza una strategia.
Le auto elettriche sono un simbolo, non la soluzione
L'auto elettrica non è la soluzione al problema energetico italiano. È un tassello, probabilmente nemmeno il più importante. Ma è diventata il simbolo di una scelta più grande, quella tra restare fermi e provare a muoversi verso una nuova economia. Viviamo in un Paese che è stato, e in parte è ancora, tra le più grandi economie del mondo; ma siamo fermi da decenni, scivolando sempre più indietro in tutte le classifiche che contano.
"Muoversi" vorrebbe dire investire seriamente sulla produzione di energia rinnovabile, che oggi copre il 41% della domanda nazionale ma dovrebbe crescere molto di più per reggere non solo le auto, ma anche i data center, la crescita industriale, le pompe di calore che stanno sostituendo le caldaie a gas nelle case.
Vorrebbe dire mettere soldi veri sulla rete di distribuzione, che è un collo di bottiglia più della produzione stessa. Vorrebbe dire sostenere le startup italiane che lavorano su energia e batterie, invece di lasciarle senza capitali mentre altri paesi le finanziano e poi se le comprano. Vorrebbe dire dare maggior peso a realtà come la Motor Valley o la Data Valley, che potrebbero diventare poli di reindustrializzazione se qualcuno decidesse di investirci sul serio, invece di citarle nei discorsi di inaugurazione.
Si potrebbe scrivere molto su cosa si potrebbe fare, e molte cose sarebbero oggetto di dibattiti feroci. Ma invece di tutto questo, abbiamo un DDL che stanzia un contributo del 50% fino a 60.000 euro per convertire un distributore, senza aver prima verificato se quel distributore si trova in un posto dove la conversione ha senso, senza aver risolto il problema degli allacci alla rete, senza aver garantito continuità all'incentivo per il canale di ricarica che funziona davvero.
Non è colpa di un singolo governo, ma un solo governo potrebbe fare la differenza
Sarebbe comodo scaricare tutta la colpa su questo governo, e sarebbe anche disonesto. La produttività italiana non cresce da più di vent'anni, e non sono fermi solo gli stipendi. La crescita del PIL italiano resta tra le più basse dei paesi avanzati da prima che Giorgia Meloni entrasse a Palazzo Chigi. I governi che si sono succeduti negli ultimi tre decenni hanno perso, uno dopo l'altro, i treni tecnologici che contavano: il mobile, il cloud, ora rischiamo di perdere anche quello della transizione energetica intesa come leva industriale, non solo come vincolo ambientale.
Ci si può lamentare fino alla nausea, e noi italiani siamo bravissimi a farlo, ma si potrebbe anche attivarsi per trasformare il green da spauracchio a opportunità.
Basterebbe un solo governo deciso a fare qualche azione con visione a lungo termine, per innescare un nuovo periodo di crescita. Basterebbe, perché poi quelli successivi potrebbero iniziare a costruire, un po' alla volta, il futuro italiano.
Basterebbe, e qui sono davvero i sogni di un folle, una classe politica che smettesse di dire no a qualunque cosa dicano gli avversari, perché l'obiettivo è unicamente lo scontro.
Si può anche dire di sì, ogni tanto, anche alle idee degli altri. E non è necessario che siano idee perfettamente uguali alle nostre, bastano che vadano più o meno nella stessa direzione.
Non serve un miracolo. Serve smettere di trattare l'energia come un tema da gestire in emergenza o da nascondere dietro provvedimenti simbolici, e cominciare a trattarla come quello che è: la precondizione per qualunque discorso serio su crescita, indipendenza e reindustrializzazione.
Il governo che ha fatto questo DDL non è il governo che ci serve, non sta dando quel tipo di segnale. Sarà per il prossimo, vedremo.
Il DDL sulla riconversione dei distributori di carburante stanzia poche decine di milioni per un problema che vale miliardi. Un compromesso che non convince nessuno.

Il governo italiano guidato dal premier Giorgia Meloni ha portato in Consiglio dei Ministri uno schema di DDL Concorrenza che riforma la distribuzione dei carburanti. Nel testo, un elemento richiama l'attenzione: chi gestisce un distributore di benzina o gasolio può chiedere un contributo per smantellare l'impianto e installare una colonnina di ricarica elettrica da almeno 90 kW.
Il contributo copre il 50% delle spese, fino a un tetto di 60.000 euro.
Un aiuto a cui, però, non manca il retrogusto del ricatto, visto che dal 2028 gli impianti che non offrono un vettore energetico alternativo ai fossili rischiano di perdere l'autorizzazione a lavorare: la conversione, una volta fatta, è irreversibile.
Il fondo che dovrebbe finanziare tutto questo vale 112 milioni di euro per il triennio 2028-2030, secondo le fonti più aggiornate, e arriva dai proventi delle aste 2026 sulle quote di emissione CO2 del sistema ETS. Quindi non c'è scostamento di bilancio né prelievo dalle tasche dei contribuenti.
Bozze precedenti circolate a inizio estate parlavano di cifre e tempistiche diverse, ma trattandosi di un DDL potrebbe ancora cambiare molte volte. Ciò che conta sono la visione e il pensiero sottostante.
Per capire meglio di cosa stiamo parlando, è utile considerare quanto guadagna oggi chi gestisce un distributore, quanto costerebbe davvero convertirlo, dove servirebbero le colonnine e se la rete elettrica italiana potrebbe reggerle. La risposta breve è che il conto economico non torna, nella sua architettura.
Chi gestisce un distributore oggi vive bene, grazie
La rete italiana conta circa 21.750 punti vendita di carburante. Il 71,5% è a marchio (Eni, IP, Q8, Esso, Tamoil), gestito in franchising da piccoli imprenditori che lavorano a commissione: non sono proprietari del carburante che vendono, ricevono un margine fissato dalla casa madre.
Il margine netto si aggira tra i 3 e i 6 centesimi per litro, secondo le rilevazioni mensili di FIGISC, l'associazione che rappresenta i gestori. Sembra poco, ed è poco. Notare che è un margine sul litro, non sul prezzo.
Ma è un margine su un prodotto a rotazione rapida, domanda stabile, incasso immediato. E sui volumi, bene o male, si possono fare buoni margini.
A questo si aggiungono i servizi collaterali: bar, autolavaggio, punti di ritiro pacchi, piccola officina. Mancano dati ufficiali di settore che quantifichino con precisione quanto pesano sul fatturato complessivo di un impianto. Ma il punto strutturale resta: un distributore di carburanti oggi è un'impresa a bassa complessità e rischio contenuto, dove è difficile che le cose vadano davvero male. Se c'è traffico di automobili, bene o male non serve altro.
Ora mettiamo di fronte a questo la ricarica elettrica ad alta potenza. Secondo Motus-E, l'associazione che rappresenta il settore della mobilità elettrica in Italia, non sembra un granché come investimento. Il presidente Fabio Pressi lo ha detto senza giri di parole: gli investimenti nelle infrastrutture di ricarica pubblica risultano insostenibili per i gestori delel attuali pompe di benzina al tasso di utilizzo attuale.
E infatti solo 888 dei 21.750 distributori italiani hanno già un punto di ricarica. È un calcolo anche abbastanza banale: se metto la colonnina elettrica, non rientro di quello che spendo, o rientro in tempi troppo lunghi. Quindi non la metto.
Installare una colonnina da 90 kW costa, tra hardware, posa e potenziamento del contatore, già 40-46.000 euro prima di contare cabina elettrica dedicata e bonifica del vecchio impianto.
Il tetto di 60.000 euro di contributo pubblico presuppone una spesa totale di 120.000 euro, una cifra ottimista che appare raggiungibile solo nello scenario più favorevole possibile.
Molti gestori quei 120mila li avrebbero anche, ma si chiedono, forse, perché dovrebbero spenderli in quel modo.
Le colonnine, dove servono davvero (e dove no)
C'è poi un problema di geografia che il DDL ignora del tutto.
L'Italia nel 2026 sta accelerando sull'elettrico più velocemente di quasi ogni altro grande paese europeo: a giugno le auto 100% elettriche hanno toccato per la prima volta la doppia cifra, il 10,1% delle immatricolazioni, contro il 6% dello stesso mese di un anno prima. Merito sicuramente degli incentivi, ma anche di consumatori che stanno cominciando a considerare le BEV un'opzione interessante.
Ma partiamo comunque da un ritardo profondo, tanto che secondo UNRAE l'Italia resta l'unico grande mercato europeo senza incentivi diretti ai privati per l'acquisto di un'auto elettrica.
Il parco circolante resta comunque marginale rispetto al totale, e la domanda di ricarica rapida si concentra in due posti precisi: i corridoi autostradali, dove l'Unione Europea impone obblighi vincolanti di potenza entro il 2027, e le aree urbane, soprattutto al Nord, dove si trova già oggi il 59% dei punti di ricarica pubblici installati in tutto il Paese.
Il DDL invece incentiva la conversione di impianti stradali generici, spesso fuori dai centri abitati.
Non sono i corridoi autostradali su cui la UE chiede investimenti prioritari. Non sono i centri urbani ad alta densità di veicoli elettrici. Sono, quasi per definizione, il posto sbagliato: né dove la normativa europea obbliga a investire, né dove la domanda reale già esiste. Al Sud, dove la penetrazione dei veicoli elettrici resta bassa, la stessa Motus-E ammette che gli investimenti richiesti sono "pressoché impossibili" da giustificare economicamente.
Allora, chi oggi ha un distributore in un luogo di questo tipo, e non ha magari mai visto un'elettrica per strada, perché mai dovrebbe anche solo prendere in considerazione l'idea di togliere la pompa e mettere la colonnina elettrica?
C'è anche un problema a monte, quello della rete elettrica che dovrebbe alimentare tutte queste colonnine. Circa un punto di ricarica pubblico su sette in Italia è già installato ma non ancora allacciato alla rete: il collo di bottiglia non è la produzione di energia, è la burocrazia dell'allacciamento, concentrata soprattutto al Sud, esattamente dove il DDL rischia di finanziare le conversioni più fragili.
In passato il nostro collaboratore Andrea Amani aveva già misurato il problema: se tutta l'Italia passasse all'elettrico, tra le 18 e le 21 la rete nazionale toccherebbe punte da 84,6 GW di potenza, con code potenzialmente infinite alle colonnine pubbliche nelle ore di maggior traffico.
E l'energia che alimenterebbe queste colonnine costa cara: il prezzo dell'elettricità all'ingrosso in Italia è il più alto d'Europa, per la dipendenza dal gas che ancora oggi copre fino alla metà della produzione invernale. Elettrificare i trasporti su questa rete non elimina la dipendenza dall'estero. La sposta, dal petrolio al gas.
Un tema politico più che tecnico
Questo governo ha sempre trattato la transizione energetica come un fastidio ideologico da subire, non come un'occasione industriale da cogliere.
Giorgia Meloni ha fatto bene a diversificare le forniture di gas quando la guerra in Ucraina ha reso urgente staccarsi dalla Russia: quella era una risposta di emergenza, e come tale ha funzionato.
Ma gestire un'emergenza non è una politica energetica.
Tre anni dopo, il governo non ha ancora prodotto una visione su come l'Italia debba produrre, distribuire e usare l'energia nei prossimi dieci anni.
Il governo ha prodotto un DDL da 112 milioni di euro che, spalmati su un problema che vale miliardi, pesano una frazione minima di una singola annualità della bolletta energetica netta italiana.
E parla, fino allo sfinimento, di nucleare, sapendo che è un cammino irto di difficoltà, dove se un successo è possibile, sarà tra non meno di 20 anni.
E intanto trascura ciò che si può fare subito con le rinnovabili, che potrebbero davvero aggiungere velocemente potenza al totale. Anzi, peggio, dà spazio a proteste insensate e ingiustificate sulla bellezza del paesaggio o sul consumo di suolo che comunque sarebbe abbandonato.
Questo DDL è il classico "cambiare tutto per non cambiare nulla" del Gattopardo. Qui è quasi letterale: un provvedimento abbastanza visibile da poter dire di aver fatto qualcosa, abbastanza piccolo da non disturbare nessuno. Non i petrolieri, che restano con la rete quasi intatta. Non gli elettori più conservatori, cui non si chiede alcun sacrificio. Non gli interessi consolidati del settore auto tradizionale. L'unico che ci perde è il Paese, che resta un anno in più senza una strategia.
Le auto elettriche sono un simbolo, non la soluzione
L'auto elettrica non è la soluzione al problema energetico italiano. È un tassello, probabilmente nemmeno il più importante. Ma è diventata il simbolo di una scelta più grande, quella tra restare fermi e provare a muoversi verso una nuova economia. Viviamo in un Paese che è stato, e in parte è ancora, tra le più grandi economie del mondo; ma siamo fermi da decenni, scivolando sempre più indietro in tutte le classifiche che contano.
"Muoversi" vorrebbe dire investire seriamente sulla produzione di energia rinnovabile, che oggi copre il 41% della domanda nazionale ma dovrebbe crescere molto di più per reggere non solo le auto, ma anche i data center, la crescita industriale, le pompe di calore che stanno sostituendo le caldaie a gas nelle case.
Vorrebbe dire mettere soldi veri sulla rete di distribuzione, che è un collo di bottiglia più della produzione stessa. Vorrebbe dire sostenere le startup italiane che lavorano su energia e batterie, invece di lasciarle senza capitali mentre altri paesi le finanziano e poi se le comprano. Vorrebbe dire dare maggior peso a realtà come la Motor Valley o la Data Valley, che potrebbero diventare poli di reindustrializzazione se qualcuno decidesse di investirci sul serio, invece di citarle nei discorsi di inaugurazione.
Si potrebbe scrivere molto su cosa si potrebbe fare, e molte cose sarebbero oggetto di dibattiti feroci. Ma invece di tutto questo, abbiamo un DDL che stanzia un contributo del 50% fino a 60.000 euro per convertire un distributore, senza aver prima verificato se quel distributore si trova in un posto dove la conversione ha senso, senza aver risolto il problema degli allacci alla rete, senza aver garantito continuità all'incentivo per il canale di ricarica che funziona davvero.
Non è colpa di un singolo governo, ma un solo governo potrebbe fare la differenza
Sarebbe comodo scaricare tutta la colpa su questo governo, e sarebbe anche disonesto. La produttività italiana non cresce da più di vent'anni, e non sono fermi solo gli stipendi. La crescita del PIL italiano resta tra le più basse dei paesi avanzati da prima che Giorgia Meloni entrasse a Palazzo Chigi. I governi che si sono succeduti negli ultimi tre decenni hanno perso, uno dopo l'altro, i treni tecnologici che contavano: il mobile, il cloud, ora rischiamo di perdere anche quello della transizione energetica intesa come leva industriale, non solo come vincolo ambientale.
Ci si può lamentare fino alla nausea, e noi italiani siamo bravissimi a farlo, ma si potrebbe anche attivarsi per trasformare il green da spauracchio a opportunità.
Basterebbe un solo governo deciso a fare qualche azione con visione a lungo termine, per innescare un nuovo periodo di crescita. Basterebbe, perché poi quelli successivi potrebbero iniziare a costruire, un po' alla volta, il futuro italiano.
Basterebbe, e qui sono davvero i sogni di un folle, una classe politica che smettesse di dire no a qualunque cosa dicano gli avversari, perché l'obiettivo è unicamente lo scontro.
Si può anche dire di sì, ogni tanto, anche alle idee degli altri. E non è necessario che siano idee perfettamente uguali alle nostre, bastano che vadano più o meno nella stessa direzione.
Non serve un miracolo. Serve smettere di trattare l'energia come un tema da gestire in emergenza o da nascondere dietro provvedimenti simbolici, e cominciare a trattarla come quello che è: la precondizione per qualunque discorso serio su crescita, indipendenza e reindustrializzazione.
Il governo che ha fatto questo DDL non è il governo che ci serve, non sta dando quel tipo di segnale. Sarà per il prossimo, vedremo.
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Come bloccare lo strapotere di auto più sicure dal 7 luglio 2026, ma la privacy è garantita?
Come bloccare lo strapotere di auto più sicure dal 7 luglio 2026, ma la privacy è garantita?
Dal 7 luglio sono obbligatori i sistemi che rilevano stanchezza e distrazione del guidatore, ma ci sono diversi dubbi sul rispetto della privacy.

A partire dallo scorso 7 luglio, tutti i nuovi veicoli venduti in Europa dovranno rispettare il regolamento (UE) 2019/2144.
Alcuni obblighi erano già in vigore, tra cui adattamento intelligente della velocità, scatola nera e alcolock.
La Commissione europea ha ricordato le novità più recenti. Diversi esperti hanno evidenziato i possibili rischi per la privacy.
Le automobili spiano i guidatori?
Le tecnologie più controverse si chiamano Driver Drowsiness and Attention Warning (DDAW) e Advanced Driver Distraction Warning (ADDW). La prima rileva la stanchezza del guidatore, mentre la seconda (obbligatoria dal 7 luglio) rileva la distrazione, ad esempio se viene usato lo smartphone. Simili obblighi entreranno in vigore negli Stati Uniti l’anno prossimo.
Il monitoraggio del comportamento del guidatore viene effettuato con una videocamera ad infrarossi (funziona anche di notte). Vengono “tracciati” direzione dello sguardo, orientamento della testa e frequenza del battito delle palpebre per individuare eventuali segni di sonnolenza o distrazione. In tal caso si attivano diversi avvisi: spia sul cruscotto, segnale acustico e vibrazione del volante o del sedile.
Secondo molti esperti di privacy, le future automobili diventeranno un sistema di sorveglianza sempre attivo.
Secondo l’Unione europea, le tecnologie non registrano video, non memorizzano profili biometrici e non trasmettono dati all’esterno del veicolo, ma i produttori di automobili potrebbero inviare i dati biometrici ai server aziendali o condividerli con le compagnie di assicurazione (come in Texas). In Europa ci sono leggi più rigide, quindi meno probabilità che accada.
Gli stessi produttori di automobili hanno evidenziato la possibilità di falsi positivi. Gli esperti temono che i sistemi possano classificare erroneamente la stanchezza, i movimenti oculari/facciali legati alla disabilità o una momentanea distrazione. Teoricamente potrebbero essere aggiunte altre funzionalità di monitoraggio tramite un aggiornamento software automatico.
È certo invece un aumento dei prezzi delle automobili. Queste tecnologie dovrebbero ridurre il numero di incidenti e teoricamente i costi delle polizze assicurative.
Gli esperti di Malwarebytes suggeriscono di leggere la documentazione sulla privacy prima di acquistare un’automobile, ma saranno sicuramente informazioni incomprensibili alla maggioranza delle persone.
Dal 7 luglio sono obbligatori i sistemi che rilevano stanchezza e distrazione del guidatore, ma ci sono diversi dubbi sul rispetto della privacy.

A partire dallo scorso 7 luglio, tutti i nuovi veicoli venduti in Europa dovranno rispettare il regolamento (UE) 2019/2144.
Alcuni obblighi erano già in vigore, tra cui adattamento intelligente della velocità, scatola nera e alcolock.
La Commissione europea ha ricordato le novità più recenti. Diversi esperti hanno evidenziato i possibili rischi per la privacy.
Le automobili spiano i guidatori?
Le tecnologie più controverse si chiamano Driver Drowsiness and Attention Warning (DDAW) e Advanced Driver Distraction Warning (ADDW). La prima rileva la stanchezza del guidatore, mentre la seconda (obbligatoria dal 7 luglio) rileva la distrazione, ad esempio se viene usato lo smartphone. Simili obblighi entreranno in vigore negli Stati Uniti l’anno prossimo.
Il monitoraggio del comportamento del guidatore viene effettuato con una videocamera ad infrarossi (funziona anche di notte). Vengono “tracciati” direzione dello sguardo, orientamento della testa e frequenza del battito delle palpebre per individuare eventuali segni di sonnolenza o distrazione. In tal caso si attivano diversi avvisi: spia sul cruscotto, segnale acustico e vibrazione del volante o del sedile.
Secondo molti esperti di privacy, le future automobili diventeranno un sistema di sorveglianza sempre attivo.
Secondo l’Unione europea, le tecnologie non registrano video, non memorizzano profili biometrici e non trasmettono dati all’esterno del veicolo, ma i produttori di automobili potrebbero inviare i dati biometrici ai server aziendali o condividerli con le compagnie di assicurazione (come in Texas). In Europa ci sono leggi più rigide, quindi meno probabilità che accada.
Gli stessi produttori di automobili hanno evidenziato la possibilità di falsi positivi. Gli esperti temono che i sistemi possano classificare erroneamente la stanchezza, i movimenti oculari/facciali legati alla disabilità o una momentanea distrazione. Teoricamente potrebbero essere aggiunte altre funzionalità di monitoraggio tramite un aggiornamento software automatico.
È certo invece un aumento dei prezzi delle automobili. Queste tecnologie dovrebbero ridurre il numero di incidenti e teoricamente i costi delle polizze assicurative.
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Come bloccare lo strapotere di TIM che aumenta i prezzi mascherandoli da privilegi a pagamento?
Come bloccare lo strapotere di TIM che aumenta i prezzi mascherandoli da privilegi a pagamento?
TIM si inventa il ticket "salta-code" per i momenti di fibra congestionata. Ma se le linee restano le stesse e le GPON continuano ad avere 64 utenti concorrenti, non è un upgrade ma una ridistribuzione asimmetrica delle risorse di rete. Che probabilmente, a regime, conviene solo a TIM.
TIM si inventa il ticket "salta-code" per i momenti di fibra congestionata. Ma se le linee restano le stesse e le GPON continuano ad avere 64 utenti concorrenti, non è un upgrade ma una ridistribuzione asimmetrica delle risorse di rete. Che probabilmente, a regime, conviene solo a TIM.
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Come bloccare lo strapotere di Meta sui minori? Nel Nuovo Messico ci provano...
Come bloccare lo strapotere di Meta sui minori? Nel Nuovo Messico ci provano... Sanzione a Meta di mezzo miliardo per i danni sui minori: «I social un disturbo pubblico come l'inquinamento atmosferico»
La sanzione si aggiunge a quella di 375 milioni già decisa a marzo nel corso dello stesso processo, che ha evidenziato come gli algoritmi di Instagram e Facebook portino gli adolescenti verso contenuti dannosi, violenti e sessualmente espliciti
È chiaro che tutti noi abbiamo un cancro che attanaglia la crescita dei nostri figli ma non ce ne rendiamo conto. Dove non sono riusciti i bistrattati "fumetti neri" italiani degli anni '60 riusciranno i social network posseduti dall'avido Zuckerberg (il cui yacht da 300 milioni non soccorre una barca in panne)?
La sanzione si aggiunge a quella di 375 milioni già decisa a marzo nel corso dello stesso processo, che ha evidenziato come gli algoritmi di Instagram e Facebook portino gli adolescenti verso contenuti dannosi, violenti e sessualmente espliciti
È chiaro che tutti noi abbiamo un cancro che attanaglia la crescita dei nostri figli ma non ce ne rendiamo conto. Dove non sono riusciti i bistrattati "fumetti neri" italiani degli anni '60 riusciranno i social network posseduti dall'avido Zuckerberg (il cui yacht da 300 milioni non soccorre una barca in panne)?
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Come bloccare lo strapotere di Meta che ha sconfitto uBlock Origin?
Come bloccare lo strapotere di Meta che ha sconfitto uBlock Origin?
uBlock Origin non rimuove i filtri per Facebook, ma i contributor non inseguiranno più ogni modifica introdotta da Meta. Dietro la scelta ci sono DOM mutevoli, filtri cosmetici complessi e un enorme costo di manutenzione.
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Come bloccare lo strapotere di Google che non fa installare gli app store alternativi?
Come bloccare lo strapotere di Google che non fa installare gli app store alternativi?
Google ha interpretato a suo modo la sentenza che la obbligava ad aprire il suo Play Store agli store di terze parti. Dopo un mese torna così davanti al giudice, che impone modifiche drastiche entro una settimana. +
La storia non riguarda l'Europa, ma è sempre interessante vedere come le aziende riescono a trovare le pieghe di una sentenza per cercare di adeguarsi senza però adeguarsi davvero. Stiamo parlando dell'ormai arcinota causa tra Epic e Google, che si era conclusa con l'obbligo, da parte di Google, di permettere l'installazione di app store di terze parti tramite il suo Play Store, con accesso totale a tutte le app.
Google si è adeguata, ma a un mese esatto dall'apparente tregua le due aziende, Epic e Google, sono finite nuovamente di fronte al giudice James Donato che, dopo aver esaminato il modo in cui Google ha gestito la cosa, ha ordinato all'azienda di rendere più semplice l'installazione degli store di applicazioni alternativi su Android.
Epic, le scorse settimane, si era lamentata sostenendo che Google stesse continuando, di proposito, a rendere inutilmente complicata l'installazione di store alternativi, e in aula ha fatto vedere al giudice cosa intendeva quando parlava di "attrito volontario" creato da Google per disincentivare la pratica che il giudice aveva di fatto sdoganato.
Digitando ad esempio "store for apps" su Google Play non compare alcuno store di terze parti, ma solo negozi fisici. Quando gli avvocati di Epic hanno mostrato che tra i risultati spuntava persino Walmart, lo stesso giudice si è detto sorpreso, chiedendo spiegazioni e definendo la situazione "inaccettabile". Donato ha chiesto a Google di correggere l'algoritmo di ricerca per intercettare "ogni possibile variazione anche solo al 70% corretta" della query, e Google ha accettato.
Un altro punto contestato riguarda il pulsante di installazione: oggi, per installare uno store di terze parti, l'utente deve prima premere "visualizza" e solo dopo "installa", un passaggio in più rispetto a quanto avviene per altre app. Apple Music, per esempio, può essere installata direttamente, e il doppio passaggio è stato messo solo per gli store alternativi, cosa abbastanza sospetta secondo Epic. Donato ha così ordinato a Google di eliminare il pulsante intermedio, sostituendolo con un'installazione diretta.
C'è poi il caso più paradossale: cercando "app store" oppure il nome di un rivenditore specifico come Aptoide, il primo store di terze parti sbarcato le scorse settimane su Google Play, non vengono mostrati i risultati della ricerca, ma si viene indirizzati verso una pagina generica dedicata agli store alternativi.
Donato ha bocciato anche questa soluzione, chiedendosi perché lo stesso meccanismo non si applichi, ad esempio, a chi cerca "music store", e gli avvocati di Google hanno replicato che gli store di applicazioni sono una cosa nuova che ha bisogno di una spiegazione in più, ma il giudice non ne ha voluto sapere. "Sappiamo tutti che quando si cerca il nome di un'app su uno store, Google o Apple che sia, si ottiene la cosa che si cercava e altre dieci che non si volevano", ha detto Donato, spiegando che gli utenti sono consapevoli che la ricerca non sempre restituisce esattamente quello che cercano.
"Togliete quella schermata, non ha alcuno scopo", ha concluso il giudice, chiedendo a Google di implementare tutte le modifiche entro una settimana.
Google ha interpretato a suo modo la sentenza che la obbligava ad aprire il suo Play Store agli store di terze parti. Dopo un mese torna così davanti al giudice, che impone modifiche drastiche entro una settimana. +
La storia non riguarda l'Europa, ma è sempre interessante vedere come le aziende riescono a trovare le pieghe di una sentenza per cercare di adeguarsi senza però adeguarsi davvero. Stiamo parlando dell'ormai arcinota causa tra Epic e Google, che si era conclusa con l'obbligo, da parte di Google, di permettere l'installazione di app store di terze parti tramite il suo Play Store, con accesso totale a tutte le app.
Google si è adeguata, ma a un mese esatto dall'apparente tregua le due aziende, Epic e Google, sono finite nuovamente di fronte al giudice James Donato che, dopo aver esaminato il modo in cui Google ha gestito la cosa, ha ordinato all'azienda di rendere più semplice l'installazione degli store di applicazioni alternativi su Android.
Epic, le scorse settimane, si era lamentata sostenendo che Google stesse continuando, di proposito, a rendere inutilmente complicata l'installazione di store alternativi, e in aula ha fatto vedere al giudice cosa intendeva quando parlava di "attrito volontario" creato da Google per disincentivare la pratica che il giudice aveva di fatto sdoganato.
Digitando ad esempio "store for apps" su Google Play non compare alcuno store di terze parti, ma solo negozi fisici. Quando gli avvocati di Epic hanno mostrato che tra i risultati spuntava persino Walmart, lo stesso giudice si è detto sorpreso, chiedendo spiegazioni e definendo la situazione "inaccettabile". Donato ha chiesto a Google di correggere l'algoritmo di ricerca per intercettare "ogni possibile variazione anche solo al 70% corretta" della query, e Google ha accettato.
Un altro punto contestato riguarda il pulsante di installazione: oggi, per installare uno store di terze parti, l'utente deve prima premere "visualizza" e solo dopo "installa", un passaggio in più rispetto a quanto avviene per altre app. Apple Music, per esempio, può essere installata direttamente, e il doppio passaggio è stato messo solo per gli store alternativi, cosa abbastanza sospetta secondo Epic. Donato ha così ordinato a Google di eliminare il pulsante intermedio, sostituendolo con un'installazione diretta.
C'è poi il caso più paradossale: cercando "app store" oppure il nome di un rivenditore specifico come Aptoide, il primo store di terze parti sbarcato le scorse settimane su Google Play, non vengono mostrati i risultati della ricerca, ma si viene indirizzati verso una pagina generica dedicata agli store alternativi.
Donato ha bocciato anche questa soluzione, chiedendosi perché lo stesso meccanismo non si applichi, ad esempio, a chi cerca "music store", e gli avvocati di Google hanno replicato che gli store di applicazioni sono una cosa nuova che ha bisogno di una spiegazione in più, ma il giudice non ne ha voluto sapere. "Sappiamo tutti che quando si cerca il nome di un'app su uno store, Google o Apple che sia, si ottiene la cosa che si cercava e altre dieci che non si volevano", ha detto Donato, spiegando che gli utenti sono consapevoli che la ricerca non sempre restituisce esattamente quello che cercano.
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Come bloccare lo strapotere di Trump che banna gli italiani di Autistici/Inventati?
Se dovessimo aprire una sezione dedicata all'arroganza e alla prevaricazione del Presidente-padrone Donald Trump from U.S.A., probabilmente il relativo topic sarebbe più lungo di questo qui che state leggendo...
Purtroppo tra le tante minacce ai giornalisti (cercate "Trump minaccia giornalista" e troverete delle autentiche perle) l'ultima del pel di carota 'mericano tocca il nostro collettivo italiano che promuove privacy e anonimato, Autistici/Inventati.
Come bloccare lo strapotere di Trump che banna gli italiani di Autistici/Inventati?
L'accusa è di fornire infrastrutture digitali a reti estremiste e organizzazioni coinvolte in azioni violente. Il collettivo respinge integralmente le accuse: "Non ci fermeremo"
Ovviamente un lacchè italiano si è subito espresso a favore del Mega Presidente Stars 'n StripesRubio: “Il terrorismo di estrema sinistra rappresenta una grave minaccia”
La conseguenza di questo attacco è che se un soggetto viene escluso dai circuiti di pagamento e bancari, la sua vita è finita. E Trump lo ha già fatto con una nostra connazionale, Francesca Albanese...
Purtroppo il dominio http://www.autistici.org è stato subito sospeso. Tutto è stato migrato su http://www.inventati.org .
E purtroppo la risposta del collettivo italiano è stata generica, ci piacerebbe se fosse stata più incisiva nel presentare le proprie buone cause: DICHIARAZIONE DEL COLLETTIVO A/I SULLE SANZIONI DISPOSTE DAL GOVERNO USA NEI SUOI CONFRONTI
Comunque vi riportiamo un articolo che spiega meglio il tutto.
Forse gli USA hanno ritenuto il collettivo dei terroristi perché hanno una casella di posta relativamente sicura? Quando ci sarà il ban di GNU-Linux che non ha backdoor nei suoi sistemi operativi? E quando il ban di VeraCrypt dopo l'attacco a TrueCrypt? Nel frattempo, ecco il ban di chi tratta questo spinoso argomento: all'indirizzo https://osservatorionessuno.org/it/blog ... inventati/ si ottiene oggi un bel "500 Internal Server Error".
AGGIORNAMENTO: il collettivo di Autistici/Inventati è stato costretto a chiudere.
Ecco un commento video qui.
C'era una volta l'America, il paese modello per la sua democrazia, accoglienza e ricchezza divenuto illiberale, razzista e che sta impoverendo velocemente la maggioranza dei suoi cittadini. Tra poco ci sarà più libertà in Cina che in USA...
Purtroppo tra le tante minacce ai giornalisti (cercate "Trump minaccia giornalista" e troverete delle autentiche perle) l'ultima del pel di carota 'mericano tocca il nostro collettivo italiano che promuove privacy e anonimato, Autistici/Inventati.
Come bloccare lo strapotere di Trump che banna gli italiani di Autistici/Inventati?
L'accusa è di fornire infrastrutture digitali a reti estremiste e organizzazioni coinvolte in azioni violente. Il collettivo respinge integralmente le accuse: "Non ci fermeremo"
Ovviamente un lacchè italiano si è subito espresso a favore del Mega Presidente Stars 'n StripesRubio: “Il terrorismo di estrema sinistra rappresenta una grave minaccia”
La conseguenza di questo attacco è che se un soggetto viene escluso dai circuiti di pagamento e bancari, la sua vita è finita. E Trump lo ha già fatto con una nostra connazionale, Francesca Albanese...
Purtroppo il dominio http://www.autistici.org è stato subito sospeso. Tutto è stato migrato su http://www.inventati.org .
E purtroppo la risposta del collettivo italiano è stata generica, ci piacerebbe se fosse stata più incisiva nel presentare le proprie buone cause: DICHIARAZIONE DEL COLLETTIVO A/I SULLE SANZIONI DISPOSTE DAL GOVERNO USA NEI SUOI CONFRONTI
Comunque vi riportiamo un articolo che spiega meglio il tutto.
Una nuova battaglia tra Davide e Golia si sta combattendo su internet, dopo la guerra del governo statunitense contro Julian Assange e WikiLeaks. Questa volta, l'epicentro è l'Italia e Davide è un'organizzazione di volontari italiana: un piccolo collettivo di persone poco conosciute che creano e distribuiscono gratuitamente account di posta elettronica crittografati, blog e mailing list.
È un movimento pro-privacy, antifascista e anticapitalista. È nato venticinque anni fa dalla visione utopica di internet come strumento di liberazione e condivisione della conoscenza. In quest'era di Big Tech, di social media e dei loro algoritmi progettati per tenere gli utenti incollati agli schermi mentre ne sottraggono i dati personali per rivenderli a scopo di lucro, questo collettivo sembra quasi fuori sintonia con i tempi. Si fanno chiamare Autistici/Inventati e sono appena finiti nel mirino del governo statunitense. L'amministrazione Trump li ha paragonati al braccio digitale di al-Qaeda e, con una mossa senza precedenti, li ha appena inseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche globali, accusandoli di fornire servizi digitali utilizzati, tra gli altri, da violenti attivisti americani di estrema sinistra, dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane, da Hamas e da Hezbollah.
Il Fatto Quotidiano ha cercato di approfondire le accuse interrogando il Dipartimento di Stato americano e parlando direttamente con il collettivo Autistici/Inventati, nonché con esperti di crittografia e diritti digitali. Il quadro che emerge è quello di un caso che rischia di creare un grave precedente contro la libertà di espressione, la libertà di internet e, in definitiva, contro il dissenso politico. Questa è l'opinione di Chip Gibbons, direttore dell'organizzazione americana "Defending Rights and Dissent" e osservatore di lunga data della guerra del governo statunitense contro la libertà di stampa e di internet.
“La decisione di sanzionare il collettivo Autistici/Inventati come terroristi, utilizzando lo stesso schema applicato ad Al-Qaeda, è profondamente preoccupante”, dichiara Gibbons a Il Fatto Quotidiano, “Innanzitutto, l'amministrazione Trump ha chiarito di voler etichettare la sinistra come 'terrorista' e sembra evidente che questo gruppo sia stato preso di mira per le sue posizioni politiche di sinistra. Inoltre, non c'è nulla di illegale nel fornire strumenti tecnologici a gruppi politici. Sanzionarli come se fossero Al-Qaeda per averlo fatto avrà ovviamente un effetto dissuasivo più ampio su coloro che creano strumenti tecnologici o li forniscono a gruppi politici”.
“Autistici/Inventati” non fornisce informazioni concrete per stabilire l’origine dell’attentato. Che cosa ha spinto l’amministrazione Trump ad aggiungere un piccolo gruppo proveniente da una nazione ai margini dell’impero americano alla lista delle entità terroristiche? La destra italiana, da sempre ossessionata dalla “minaccia” rappresentata da anarchici e attivisti, ha avuto un ruolo in questa designazione?
Parlando con il nostro giornale, Autistici/Inventati esprime scetticismo e non sembra credere che l'amministrazione Meloni abbia avuto un ruolo in questa vicenda. "Ci sono americani che hanno utilizzato i nostri servizi, e probabilmente sono queste le briciole che le autorità statunitensi hanno seguito per concludere che siamo al centro di una cospirazione globale", ha dichiarato un membro del collettivo a Il Fatto, riferendosi ai numerosi movimenti antifascisti americani e ai molti attivisti che si oppongono alla brutalità degli agenti dell'ICE, che potrebbero aver utilizzato i servizi digitali di Autistici/Inventati.
Il nostro giornale ha cercato di chiedere al Ministero dell'Interno di Matteo Piantedosi se il governo italiano, e in particolare il Ministero dell'Interno, fossero stati informati in anticipo. Il Ministero si è rifiutato di rispondere. Anche il Dipartimento di Stato non ha risposto alle nostre richieste di chiarimenti.
Eppure, la designazione come entità terroristica ha portato immediatamente alla chiusura del sito web autistici.org: chi l'ha ordinato? Il collettivo ha confermato di non aver ricevuto alcun provvedimento ingiuntivo dalle autorità statunitensi o italiane: il loro sito web è stato semplicemente oscurato meno di 48 ore dopo la designazione. Anche il conto PayPal dell'organizzazione è stato immediatamente bloccato.
Autistici/Inventati si basa sulle donazioni e possiede un conto corrente presso la Banca Etica. Al momento in cui scriviamo, la Banca Etica sembra intenzionata a chiudere il conto. Autistici/Inventati non può nemmeno contare su Bitcoin e criptovalute per aggirare un eventuale blocco bancario: "Non abbiamo mai voluto avere niente a che fare con le criptovalute perché le consideravamo una forma di speculazione finanziaria", spiegano a Il Fatto, ribadendo la loro posizione anticapitalista. "Non abbiamo mai accettato donazioni in Bitcoin, altrimenti probabilmente ci saremmo arricchiti, ma ripeto: il nostro obiettivo non è arricchirci", affermano, "Vogliamo servizi liberi e aperti, non commerciali, che offrano alle persone la possibilità di esprimersi sia privatamente che pubblicamente sul web o via email. Non possiamo leggere il contenuto delle email; è tutto crittografato, perché così deve essere".
Chiudere Autistici/Inventati rischia di eliminare i servizi sicuri, gratuiti e aperti che supportavano una ricchezza incredibile di iniziative: email, blog di centinaia di attivisti, stazioni radio indipendenti e organizzazioni di beneficenza, spiega a Il Fatto Francesca Bria, professoressa all'University College di Londra ed esperta di sovranità digitale.
Bria vede l'offensiva contro il collettivo come una mossa che va ben oltre una piccola organizzazione di volontariato italiana. "Designare come organizzazione terroristica un collettivo attivo da oltre vent'anni nel movimento europeo per i diritti civili e digitali – e che ha sempre operato apertamente – fa parte della guerra tecnologica che gli Stati Uniti stanno conducendo contro chiunque rivendichi l'autonomia sulle reti e infrastrutture digitali", dichiara Francesca Bria a Il Fatto. "Questo attacco deve essere respinto: Autistici/Inventati, una piccola organizzazione composta da poche persone, merita tutto il sostegno possibile. Questo caso deve essere portato all'attenzione del Parlamento europeo; non riguarda solo il Parlamento, ma anche la libertà di coloro che in Europa lavorano per un'infrastruttura digitale indipendente, sicura e resiliente – il cuore del progetto di sovranità digitale europea. L'infrastruttura digitale è il sistema nervoso della nostra società e della nostra economia; chiuderla per decreto è la logica di uno stato autoritario, non di uno stato di diritto".
Ma lanciando il suo attacco contro un piccolo collettivo italiano, l'amministrazione Trump ha probabilmente fatto un calcolo strategico: colpire un anello debole per creare un precedente che potrebbe essere applicato anche a organizzazioni più forti. "Sembra una questione troppo di nicchia per la maggior parte della stampa specializzata in tecnologia", dichiara Harlo Holmes a Il Fatto Quotidiano. Direttore della sicurezza digitale presso la Freedom of the Press Foundation, Holmes aggiunge: "Questo significa che non ci sarà alcuna reazione, e questo significa che potremmo già essere su un pendio scivoloso".
Forse gli USA hanno ritenuto il collettivo dei terroristi perché hanno una casella di posta relativamente sicura? Quando ci sarà il ban di GNU-Linux che non ha backdoor nei suoi sistemi operativi? E quando il ban di VeraCrypt dopo l'attacco a TrueCrypt? Nel frattempo, ecco il ban di chi tratta questo spinoso argomento: all'indirizzo https://osservatorionessuno.org/it/blog ... inventati/ si ottiene oggi un bel "500 Internal Server Error".
AGGIORNAMENTO: il collettivo di Autistici/Inventati è stato costretto a chiudere.
Ecco un commento video qui.
C'era una volta l'America, il paese modello per la sua democrazia, accoglienza e ricchezza divenuto illiberale, razzista e che sta impoverendo velocemente la maggioranza dei suoi cittadini. Tra poco ci sarà più libertà in Cina che in USA...
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Come bloccare lo strapotere dei TV LG che ci spiano ancora di nascosto?
Un anno fa avevamo sollevato questo problema:
Ma ecco che LG se ne è sbattuta dei suoi clienti e ha continuato imperterrita a farci spiare di nascosto dai suoi TV...
Come bloccare lo strapotere dei TV LG che ci spiano ancora di nascosto?
Il canale Gamers Nexus su YouTube ha documentato nel dettaglio alcuni comportamenti quantomeno preoccupanti delle TV LG: scansionano reti locali, effettuano la mappatura dei dispositivi nelle vicinanze (inclusi smartphone e smartwatch) e arrivano persino a registrare l’audio dal microfono a schermo spento e in assenza di una connessione attiva, per poi caricare i dati catturati una volta ristabilito l’accesso a internet.
Come bloccare lo strapotere delle TV Sony, Samsung, LG, Hisense e TCL?
Il Procuratore Generale del Texas (Ken Paxton) ha denunciato Sony, Samsung, LG, Hisense e TCL perché le rispettive smart TV spiano gli utenti attraverso la raccolta di informazioni durante la visione dei contenuti. I cinque produttori avrebbero violato la legge dello stato che protegge i consumatori. Nessun commento è arrivato dalle aziende interessate. Sulla smart TV di LG viene anche installato Copilot senza consenso.
Ma ecco che LG se ne è sbattuta dei suoi clienti e ha continuato imperterrita a farci spiare di nascosto dai suoi TV...
Come bloccare lo strapotere dei TV LG che ci spiano ancora di nascosto?
Il canale Gamers Nexus su YouTube ha documentato nel dettaglio alcuni comportamenti quantomeno preoccupanti delle TV LG: scansionano reti locali, effettuano la mappatura dei dispositivi nelle vicinanze (inclusi smartphone e smartwatch) e arrivano persino a registrare l’audio dal microfono a schermo spento e in assenza di una connessione attiva, per poi caricare i dati catturati una volta ristabilito l’accesso a internet.
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